Il rendimento di un investimento si misura spesso al lordo, ma ciò che interessa davvero all’investitore è quanto ne rimane dopo le imposte. In Italia, per gran parte dei redditi finanziari l’aliquota di riferimento è il 26%, ma fermarsi a questa percentuale restituisce una fotografia incompleta.
I titoli di Stato e altri strumenti equiparati beneficiano, per esempio, del 12,5%. Dividendi, interessi, proventi dei fondi e plusvalenze non appartengono necessariamente alla stessa categoria fiscale e questa distinzione determina anche se una perdita può essere utilizzata per compensare un guadagno.
Per capire quanto viene effettivamente tassato un investimento bisogna quindi partire dalla natura del reddito che produce.
Indice
- Come vengono tassati i redditi finanziari in Italia
- Dal 26% al 12,5%: quanto si paga sugli investimenti
- Come sono tassate azioni, obbligazioni, ETF e fondi
- Minusvalenze: quando una perdita può ridurre le imposte
- Regime dichiarativo, amministrato e gestito: cosa cambia
- Dal rendimento lordo al rendimento netto
- FAQ sulla tassazione dei redditi finanziari
- Il glossario di 4Timing
Come vengono tassati i redditi finanziari in Italia
L’ordinamento distingue due grandi categorie: redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria.
I primi sono disciplinati dagli articoli 44 e seguenti del TUIR e comprendono, tra gli altri, interessi, dividendi e proventi derivanti dalla partecipazione a organismi di investimento collettivo del risparmio. Sono redditi che derivano dall’impiego del capitale e, in linea generale, non contemplano fiscalmente un risultato negativo.
I redditi diversi di natura finanziaria, disciplinati dagli articoli 67 e 68 del TUIR, comprendono invece numerose plusvalenze realizzate attraverso la cessione di attività finanziarie.
Un esempio aiuta a cogliere la differenza. Se una società distribuisce un dividendo all’azionista, quello è un reddito di capitale. Se lo stesso investitore compra un’azione a 100 euro e successivamente la vende a 120, il differenziale positivo di 20 euro costituisce invece una plusvalenza appartenente, ricorrendone le condizioni, all’area dei redditi diversi.
La distinzione non è solo classificatoria. Diventa decisiva quando entrano in gioco le minusvalenze, perché una perdita appartenente ai redditi diversi non può essere utilizzata indistintamente per abbattere un reddito di capitale.
Dal 26% al 12,5%: quanto si paga sugli investimenti
Dal 1° luglio 2014, la tassazione ordinaria di una parte molto ampia dei redditi finanziari è fissata al 26%. L’articolo 3 del decreto-legge 66/2014 ha portato a questa misura le ritenute e le imposte sostitutive su numerosi redditi di capitale e redditi diversi di natura finanziaria.
Resta però il trattamento agevolato del 12,5% per i titoli di Stato italiani ed equiparati, oltre che per determinati titoli pubblici esteri che soddisfano i requisiti previsti dalla normativa. Anche il d.lgs. 461/1997 mantiene espressamente il livello del 12,5% per i titoli di Stato ed equiparati.
Tradotto in numeri: a parità di 1.000 euro di rendimento imponibile, un prelievo del 26% vale 260 euro, mentre al 12,5% l’imposta è di 125 euro. Il rendimento lordo può quindi essere identico, ma quello netto no.
| Strumento | Tassazione ordinaria per una persona fisica residente* | Note |
| Dividendi azionari | 26% | Sono redditi di capitale |
| Plusvalenze su azioni | 26% | Possono rilevare ai fini della compensazione delle minusvalenze |
| Interessi di obbligazioni societarie | Generalmente 26% | Redditi di capitale |
| Titoli di Stato italiani ed equiparati | 12,5% | Regime fiscale agevolato |
| ETF e fondi | Generalmente 26% | La componente riferibile a titoli pubblici agevolati gode del trattamento al 12,5% |
*Il quadro sintetizza il trattamento ordinario dell’investitore persona fisica che opera al di fuori dell’esercizio d’impresa. Singoli strumenti o situazioni possono essere soggetti a regole specifiche.
Come sono tassate azioni, obbligazioni, ETF e fondi
Per le azioni occorre distinguere il dividendo dal guadagno realizzato con la vendita. Per una persona fisica residente che detenga le azioni al di fuori dell’attività d’impresa, il dividendo è normalmente soggetto al 26% e costituisce reddito di capitale. Anche la plusvalenza realizzata cedendo il titolo è generalmente tassata al 26%, ma appartiene alla categoria dei redditi diversi.
Per le obbligazioni, gli interessi delle normali emissioni societarie sono generalmente tassati al 26%. Il trattamento cambia per i titoli di Stato italiani e gli altri titoli ammessi al regime agevolato, sui quali opera il 12,5%.
Gli ETF e i fondi richiedono qualche attenzione in più. I proventi positivi degli OICR che rientrano nella relativa disciplina costituiscono redditi di capitale e sono normalmente assoggettati al 26%. Quando il patrimonio del fondo comprende titoli pubblici che godono dell’aliquota agevolata, la quota di provento riferibile a questi strumenti beneficia del relativo trattamento fiscale.
Qui emerge anche una delle asimmetrie più importanti del sistema italiano. Il risultato positivo fiscalmente rilevante dell’ETF è trattato come reddito di capitale, mentre l’eventuale differenziale negativo derivante dalla cessione può generare una minusvalenza riconducibile ai redditi diversi. Ne consegue che una minusvalenza pregressa non può essere semplicemente sottratta da un successivo provento positivo di un ETF.
Minusvalenze: quando una perdita può ridurre le imposte
La possibilità di compensare le perdite è probabilmente il punto in cui la distinzione tra redditi di capitale e redditi diversi produce gli effetti più visibili.
Supponiamo che un investitore venda un’azione realizzando una minusvalenza fiscalmente riconosciuta di 2.000 euro e, successivamente, realizzi una plusvalenza compensabile di 5.000 euro. La perdita può ridurre il risultato imponibile a 3.000 euro: al 26%, l’imposta sarà quindi pari a 780 euro anziché 1.300.
Non funziona allo stesso modo se il successivo rendimento è, per esempio, un dividendo. Quest’ultimo è un reddito di capitale e la minusvalenza appartenente all’altra categoria non può essere utilizzata per abbatterlo.
Quando non vengono interamente assorbite nell’anno, le minusvalenze rilevanti possono essere riportate nei periodi d’imposta successivi, ma non oltre il quarto, nel rispetto delle condizioni previste dalla disciplina fiscale.
Questo spiega perché due portafogli con lo stesso risultato economico lordo possono avere un risultato fiscale diverso. Non conta soltanto quanto si è guadagnato o perso complessivamente, ma da quali strumenti e da quali categorie reddituali derivano quei risultati.
Regime dichiarativo, amministrato e gestito: cosa cambia
Alla natura del rendimento si aggiunge un secondo elemento: il modo in cui vengono assolti gli obblighi fiscali. Il d.lgs. 461/1997 disciplina tre modalità che, nella pratica, vengono identificate come regime dichiarativo, amministrato e gestito.
Nel regime dichiarativo è il contribuente a determinare nella dichiarazione dei redditi i risultati fiscalmente rilevanti e a versare l’imposta dovuta. È una modalità frequente, per esempio, quando si utilizzano intermediari esteri che non agiscono come sostituti d’imposta in Italia.
Nel regime amministrato, invece, l’intermediario residente applica direttamente l’imposta sostitutiva alle operazioni interessate e tiene conto delle minusvalenze secondo le regole previste. Per l’investitore l’adempimento fiscale è quindi in larga parte trasferito alla banca o al broker.
Il regime gestito riguarda le gestioni individuali di portafoglio e segue una logica differente: l’imposizione viene applicata al risultato della gestione secondo le specifiche regole dell’articolo 7 del d.lgs. 461/1997, con la possibilità di considerare nell’ambito della gestione risultati positivi e negativi secondo un meccanismo diverso da quello del semplice realizzo delle singole operazioni.
Non cambia soltanto chi esegue materialmente il calcolo. Il regime fiscale può incidere anche sui tempi e sulle modalità con cui guadagni e perdite assumono rilevanza tributaria.
Dal rendimento lordo al rendimento netto
La tassazione non dovrebbe essere considerata soltanto quando arriva il momento di versare l’imposta. Fa parte del rendimento effettivo di un investimento e può diventare uno degli elementi da considerare nel confronto tra strumenti diversi.
Questo non significa che un titolo tassato al 12,5% sia automaticamente preferibile a uno tassato al 26%. Rendimento atteso, rischio, durata, liquidità, diversificazione e costi restano variabili fondamentali. Significa invece che confrontare soltanto i rendimenti lordi può essere fuorviante. Prima di arrivare al netto occorre sapere da dove deriva il rendimento, quale aliquota gli si applica, se eventuali perdite sono fiscalmente utilizzabili e attraverso quale regime vengono gestite. Solo allora la percentuale indicata sulla carta diventa ciò che realmente rimane all’investitore
FAQ sulla tassazione dei redditi finanziari
Qual è l’aliquota sui redditi finanziari in Italia?
Per gran parte dei redditi di capitale e delle plusvalenze finanziarie l’aliquota di riferimento è il 26%. Esistono però eccezioni importanti, a partire dal 12,5% applicato ai titoli di Stato italiani ed equiparati. Dal 2026 la disciplina ordinaria delle cripto-attività prevede invece il 33%.
Quali investimenti sono tassati al 12,5%?
L’aliquota agevolata riguarda principalmente i titoli di Stato italiani e gli strumenti equiparati previsti dalla normativa, oltre a determinati titoli pubblici esteri ammessi al beneficio. Il trattamento agevolato rileva anche per la quota di alcuni fondi ed ETF riferibile a questi titoli.
Qual è la differenza tra redditi di capitale e redditi diversi?
Nei redditi di capitale rientrano, tra gli altri, interessi, dividendi e proventi degli OICR. Nei redditi diversi di natura finanziaria rientrano invece numerose plusvalenze derivanti dalla cessione di strumenti finanziari. La distinzione è fondamentale soprattutto per la compensazione delle minusvalenze.
Le minusvalenze possono compensare i dividendi?
No, in via generale. I dividendi sono redditi di capitale, mentre le minusvalenze finanziarie fiscalmente rilevanti sono utilizzabili nei confronti dei redditi diversi compensabili secondo le regole previste dal TUIR.
Quanto dura una minusvalenza?
Se ricorrono i requisiti previsti dalla normativa, una minusvalenza non interamente compensata può essere riportata e utilizzata nei periodi d’imposta successivi, non oltre il quarto.
Come sono tassati gli ETF?
I proventi positivi degli ETF che ricadono nella disciplina degli OICR sono generalmente redditi di capitale soggetti al 26%, salvo il trattamento agevolato della componente riferibile a determinati titoli pubblici. Un risultato negativo derivante dalla cessione può invece generare una minusvalenza appartenente ai redditi diversi.
Che differenza c’è tra regime amministrato e dichiarativo?
Nel regime amministrato l’intermediario applica direttamente l’imposta sulle operazioni interessate e gestisce i relativi adempimenti fiscali. Nel regime dichiarativo è invece il contribuente a determinare i risultati imponibili, indicarli in dichiarazione e versare l’imposta.
Il glossario di 4Timing
Reddito di capitale: provento derivante dall’impiego del capitale, come interessi, dividendi e determinati proventi di fondi ed ETF.
Reddito diverso di natura finanziaria: categoria che comprende numerose plusvalenze e altri risultati derivanti da operazioni su attività finanziarie.
Plusvalenza: differenziale positivo fiscalmente rilevante realizzato, nei casi previsti, attraverso la cessione di un’attività finanziaria.
Minusvalenza: differenziale negativo fiscalmente rilevante che, quando appartiene alla categoria corretta, può essere utilizzato per compensare determinati redditi diversi.
Imposta sostitutiva: prelievo che sostituisce l’ordinaria imposizione sul reddito per determinate categorie di redditi finanziari.
Regime amministrato: regime nel quale l’intermediario svolge gli adempimenti fiscali previsti sulle operazioni effettuate dal cliente.
Regime dichiarativo: regime nel quale il contribuente determina e dichiara autonomamente i risultati fiscalmente rilevanti degli investimenti.
Regime gestito: sistema applicabile alle gestioni individuali di portafoglio, nel quale l’imposta viene determinata sul risultato della gestione secondo le specifiche regole previste dalla legge.
Immagine via Unsplash


